LA SCINTILLA

Dopo aver parlato della Preghiera mi pare doveroso tentare di andare a scavare ,per meglio comprendere, il concetto di divino per i nostri Antenati. Il Divino è manifesto in tutto ma non è onnipresente, i popoli dell’antichità molto probabilmente credevano che le divinità fossero legate al luogo e o alla gente che in esso viveva, ad esempio la più volte citata Ynglinga Saga fa risalire la stirpe regnante in Svezia ad Yngvi Freyr, oppure guardando vicino a noi, i romani che diedero nomi alle Alpi chiamarono quelle valdostane Alpi Pennine in onore del Dio Pen, probabilmente adorato dalle popolazioni Salasse pre romane, inoltre per meglio identificarlo nel loro pantheon lo ribattezzarono Giove Pennino. Questi esempi ci aiutano a iniziare ad inoltrarci nel modo di concepire il divino da parte degli antichi. Tornando all’antica Roma, per tutta la sua storia pre cristiana, ( mi rifaccio all’antica Roma perché abbiamo molte fonti scritte) inglobò Divinità e Culti da ogni parte del suo vasto impero, basti pensare che sono stati trovati resti di templi dedicati al Dio Mitrha in Britannia e nell’ovest della Germania, ed il Mitrhaismo è un Culto misterico/iniziatico di origine induista e persiana adottato in seguito da Greci e Romani, inoltre è il caso di ricordare che a Roma vi era l’Altare del Dio Ignoto, visto che nell’antichità ogni divinità andava onorata e rispettata, anche quelle sconosciute. Quindi possiamo ipotizzare che in linea generale, non avendo conoscenza dei singoli casi, gli antichi “pagani” non rinnegavano l’esistenza di altre divinità al di fuori del proprio pantheon, essendo esse legate a popoli, stirpi e luoghi specifici, venivano anzi inglobate e a volte “modificate” per essere meglio comprese, così il Culto si evolveva assieme al popolo che lo praticava cambiando, a volte, alcuni aspetti. Inoltre con l’estensione di imperi e il conseguente fluire di popoli in un unico “sistema” era necessario aumentare, inglobando, divinità di altri luoghi per non averle avverse e di altre stirpi così da mantenere una sorta di equilibrio ed identità popolare.
Possiamo anche affermare che la divinità cresceva, evolveva e cambiava assieme al suo popolo e a mio parere ancora oggi è così, esse modificano i loro attributi in parallelo al modo di vivere e concepirle di chi le segue .

La comprensione del divino ha sempre ossessionato l’uomo fin da quando volse il primo sguardo interrogativo al vasto cielo. Va da sé che i primi Culti fossero incentrati su elementi naturali, quali la pioggia, il fulmine, il sole, la luna e con l’evoluzione dell’uomo la caccia, l’agricoltura e ovviamente antenati mitici che possedevano le conoscenze per interpretare e incanalare alcune di queste forze. La scoperta del fuoco, che diamo per scontato visto che tutti abbiamo luce, riscaldamento e fornelli in casa, fu un punto cruciale nel processo evolutivo del concetto di divinità. Con esso si può cucinare, ci si può scaldare, si può utilizzare per illuminare e tenere lontani i predatori, ma se non lo si sa gestire può causare incendi ed essere altamente distruttivo, quindi chi era in grado di accendere e gestire il fuoco ed i suoi usi, era considerato una sorta di “sacerdote”, addirittura il Dio di Mosè gli apparve come rovo fiammeggiante quando gli consegno i comandamenti .
Il lato “chiaro” e il lato “oscuro” del fuoco mi danno lo spunto per un altro concetto a parer mio fondamentale, il divino non può essere buono e giusto, è piuttosto costituito da luci ed ombre, bene e male non esistono se non nella nostra mente razionale, un lupo che sbrana la capra di un pastore non è cattivo, semplicemente si nutre, è la sua natura, e credo fermamente che in assenza di noi uomini la natura troverebbe un equilibrio perfetto tra prede e predatori.


La comprensione della divinità è la meta ultima di chi percorre una Via, qualunque essa sia, ma occorre fare una differenza tra Culti che lavorano su un evoluzione personale e Religioni che diffondono il messaggio, a parer mio errato, che basta pentirsi e dire qualche preghiera per accedere poi al “paradiso”. Per chiarire meglio questo concetto mi rifarò ad un esempio scritto da Israel Regardie in “Teoria e Pratica della Magia” edito da Hermes Edizioni. Immaginiamo di essere di fronte ad un palazzo di 10 piani, dove noi siamo in strada e il divino sta sul tetto del palazzo, secondo le Religioni canoniche basta pregare e pentirsi per fare un salto da terra e giungere sul tetto.
Secondo l’uomo comune per salire in cima ad un palazzo occorre fare le scale o servirsi dell’ascensore. I Culti come il nostro la vedono esattamente come l’uomo comune, cioè occorre percorrere uno scalino alla volta, un piano alla volta per poter raggiungere la sommità dell’edificio. Non si può pensare di saltare i vari passaggi necessari, un pezzo alla volta occorre risvegliare ed imparare a conoscere la nostra parte divina, quella che C. G. Jung chiama Io Superiore, così che i “figli degli Uomini”, cioè gli uomini comuni, possano diventare Uomini che hanno sondato ed integrato tutte le loro parti equilibrandole ed essere così più vicini al divino che alberga in ognuno .


Come possiamo espletare questo compito per raggiungere la meta?
Il Mito ci viene in aiuto ancora una volta, così come la rappresentazione della tela del Wyrd.
Sappiamo che all’inizio dei tempi vi era un enorme baratro chiamato Ginnungagap, esso era al centro di tutto, o meglio del nulla, ma non era inerte, al contrario al suo interno enormi Forze si muovevano ed agitavano in un moto caotico. Questo baratro può essere il centro della rete del Wyrd, quello che consideriamo l’Uno. Poi i venti caldi di Múspellsheimr si sono mischiati alle correnti fredde di Niflheimr ed è nata la materia primordiale, abbiamo così una prima manifestazione che possiamo definire il Due , da essa attraverso alcuni passaggi si arriva al Tre rappresentato da Odhinn, Vili e Vé che furono i tre ordinatori di questa materia caotica e poi via via attraverso varie suddivisioni vennero gli altri Dei, gli Spiriti e le Creature fino a giungere a noi che siamo vicini al bordo della tela ed in quanto Viaggiatori abbiamo il compito di tornare al centro, cioè dirigerci in direzione dell’Uno . Questa è un enorme semplificazione e non va presa alla lettera ma serve solo a dare un idea generale dei vari passaggi necessari lungo il percorso che sarà diverso nella pratica per ogni individuo, in caso il lettore voglia approfondire gli basterà leggere la Vǫluspá


Quindi come iniziare questo Cammino?
Nella nostra tradizione abbiamo degli strumenti potenti che possono venirci in aiuto, primo tra tutti il Mito, la conoscenza e la comprensione di esso costituisce certamente una guida, specialmente per i primi passi, ma anche oltre visto che in quanto racconto allegorico può essere visto a più livelli per chi ha occhi per vedere. Personalmente ogni volta che rileggo l’Edda scorgo nuovi ed interessanti spunti di riflessione, ovviamente anche il mito va preso con le pinze visto che il materiale scritto giunto a noi è stato redatto in epoca cristiana e sotto l’influenza di tale culto, ma mantiene comunque il nucleo di ciò che era la tradizione orale.
Il nostro secondo strumento è costituito dalle Rune, esse sono archetipi energetici vivi e come tali si comportano, essendo “diverse” nel rapportarsi con ogni individuo, ma mantenendo sempre la loro essenza. Ogni Runa rappresenta una divinità, un vegetale, un animale, un minerale, un numero, un mondo, un azione, ecc ecc. Esse sono dei piani a sé stanti da esplorare, studiare e comprendere attraverso la pratica di contemplazioni o visualizzazioni, posture del corpo, delle mani o la vibrazione del loro nome, così che la loro essenza penetri in noi e con essa brandelli in più di comprensione di noi stessi e del tutto. Ovviamente le pratiche con le Rune devono essere condotte per gradi così come la conoscenza di un individuo avviene un po’ per volta nel tempo e con diversi stadi di profondità.
Teniamo presente che in esse è contenuta tutta la nostra Tradizione, ma non solo, con lo scorrere del tempo esse si sono arricchite di contenuti riflettenti i cambiamenti avvenuti nel mondo, rimanendo però legate al loro concetto chiave. Sono vive e come ogni essere che vive crescono.
Un ultimo strumento che mi sento di enumerare, anche se ne esistono molti altri, è il lavoro con i propri Mondi interni che ho già descritto sommariamente in un precedente articolo. Lavorando con i mondi interiori, con l’ausilio del tamburo, di musiche e meditazioni posso muovermi da un piano all’altro del palazzo che nella nostra Tradizione altro non è che l’albero Yggdrasill . I nostri Mondi interiori ci mettono di fronte a prove che sono solo nostre e che occorre superare per poter accedere al livello successivo.
Credo che utilizzando con buona frequenza questi strumenti, lentamente ma inesorabilmente, si possa delineare una comprensione maggiore di noi stessi e del Divino, tirando fuori ogni parte del nostro Essere. Il Sentito poi ci mostrerà ed istruirà sui passi da compiere lungo la discesa e la risalita, mescolando ciò che abbiamo scoperto con i tre strumenti sopraindicati . Crescendo nella pratica ci giungeranno nuovi particolari sugli Dei e la visione che avremo di loro sarà sempre più dettagliata e complessa ed evolverà assieme al nostro Essere, ma occorre qui stare in guardia dai pericoli connessi alla Conoscenza. Con i primi risultati arriva a noi anche maggiore sicurezza, questo non deve portarci a credere di essere “arrivati”, di non aver più nulla da imparare o che le nostre verità siano assolute. Odino stesso ci insegna che non c’è fine all’apprendimento, Egli compie sacrifici iniziatici di sé stesso, impara il Seiðr da Freya, ottiene dai giganti il sacro Idromele, eppure è sempre in viaggio, i Suoi corvi ogni giorno gli portano notizie dai mondi, Egli è sempre teso verso l’apprendimento, e se il Padre di Tutti è alla continua ricerca di Conoscenza chi siamo noi per credere di possederla? Purtroppo è molto facile cadere nelle trappole create dai nostri demoni, più si procede, più queste trappole saranno celate e difficili da individuare ed evitare, spesso crederemo di essere nel giusto eppure staremo straparlando e agendo male. Tutto ciò che abbiamo guadagnato in anni di pratica e studio può essere reso vano dalla saccenteria, dalla boria e dalla smisurata ambizione. Nella Stanza VI dell’Hávamál leggiamo :

“Della propria saggezza non deve l’uomo essere vanitoso,
piuttosto [sia] vigile sull’animo.
Quando prudente e taciturno arriva in una casa
di rado ne viene danno a [chi è] cauto,
poiché amico più fidato mai l’uomo troverà
di un gran buonsenso”

Le parole di questa stanza sembrano dirci di inseguire la conoscenza senza perderci in millanterie, di essere prudenti e taciturni, ovvero mantenere un stato elevato di attenzione, e ci mette in guardia dallo strafare mettendo in evidenza l’importanza di buonsenso e misuratezza, come dicevamo prima compiere un passo alla volta senza sentirsi mai arrivati.


Ribadisco infine che ogni Via ha lo scopo di avvicinare l’uomo alla comprensione del divino, accelerando il suo percorso evolutivo, che avverrebbe comunque luogo ma in tempi molto più lunghi, ovvero nell’arco delle molte vite che compongono l’esistenza, ecco perché il lavoro quotidiano su sé stessi è fondamentale alla comprensione delle forze divine la cui scintilla è presente anche in noi, come del resto in ogni essere o evento della natura, ed in tutto ciò è insito il vero Equilibrio, ciò che spesso chiamiamo Centratura.

SWEYN

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