
Questo non è un vero e proprio articolo ma piuttosto una riflessione, non riguarda la Tradizione se non marginalmente, ma la vita . Tutto parte da un sogno, ed è risaputo che in antichità i sogni avevano un peso. Non ricordo i dettagli del sogno in questione, ma ricordo di essermi svegliato prima che sorgesse il sole e di aver annotato sul mio diario la necessità di scrivere su questo argomento.
Immaginiamo di svegliarci domani e di scoprire che i carburanti sono esauriti e l’elettricità non ci sia più…sarebbe il caos, il denaro non avrebbe più valore, la società cadrebbe ed entro pochi giorni vi sarebbe morte ovunque. Ho descritto brevemente lo scenario apocalittico del sogno semplicemente perché mi consente di aprire le porte della mia riflessione.
Fermiamoci un attimo a pensare su come vivevano i nostri nonni e bisnonni e a come viviamo noi oggi e a quanti cambiamenti ci sono stati. La medicina ha fatto passi da gigante così come il tenore di vita, l’istruzione e la tecnologia, ma tutto questo ha un prezzo .
A parer mio, il prezzo è la grave perdita di capacità e conoscenze pratiche proprie delle generazioni che ci hanno preceduto e che di generazione in generazione sono andate dimenticate. I nostri avi sapevano arrangiarsi a fare tutto, nella maggior parte dei casi dovevano campare con poco, noi al contrario siamo abituati alle comodità della vita, chi più e chi meno ovviamente, ma in termini generali per noi la vita è più “facile” mentre per loro era più “semplice”, avevano pochi “grilli per la testa” e molta concretezza. Ricordo nitidamente mio nonno che una volta, mentre eravamo nell’orto a vangare la terra, mi parlò dei manici del badile, sembra una banalità lo so, ma a tal proposito diceva che ci sono due legni, tra quelli presenti dalle mie parti, che vanno bene per far manici e cioè l’acacia e il sambuco, sono entrambi molto resistenti e leggeri, ma il sambuco è meglio perché non fa sudare le mani diceva e si sa che più sudano più è facile che vengano delle “bolle” che, oltre a causare non poco dolore, impedirebbero di lavorare. Ora, questo è un esempio marginale, ma quanti oggi possiedono ancora queste conoscenze che definirei arcaiche? Io posso ritenermi fortunato perché i miei “vecchi” mi hanno trasmesso parte delle loro conoscenze e il Wyrd mi ha donato una buona manualità, so usare una zappa, un badile, un ascia o una sega essendo cresciuto in campagna ed avendo sempre fatto lavori manuali, ma purtroppo ciò non è che un brandello di una conoscenza più arcaica e completa . Trovo importante ora porre l’attenzione sul territorio, perché esso e la sua conoscenza sono la base della sopravvivenza in assenza di tecnologia. Quanti di noi conoscono realmente il proprio territorio e le risorse che esso possiede ? Quanti ne conoscono le piante, le erbe, i fiori, gli arbusti e gli utilizzi che possono avere? Quanti ne conoscono la fauna ? Chi sa cosa, quando e come seminare la propria terra ? Chi sarebbe in grado di cacciare, pescare o allevare con strumenti rudimentali? Chi saprebbe come conservare cibi senza un frigorifero, ricorrendo magari al salmì o all’affumicazione? Quanti sanno ancora cardare o filare la lana e crearsi abiti? Chi conosce fiori e piante commestibili, medicinali o utili alla concimazione o per tener lontani parassiti o infestanti? O più semplicemente quanti di noi sono in grado di accendere un fuoco con esche naturali e un fiammifero per non parlare dell’utilizzo di pietre focaie?
Beh i nostri avi avevano queste ed altre conoscenze e a tal proposito si dice : “quando muore un vecchio è come se bruciasse una biblioteca”. So che le mie parole possono sembrare assurde in un mondo “on line” in cui anche la spesa può essere fatta dal cellulare, ma credo fermamente che questo patrimonio non debba essere perso, esattamente come non deve essere persa la manualità e la capacità di fare da sé ed arrangiarsi . Vivere in armonia con i ritmi del pianeta significa anche tutto questo per me, riscoprire e praticare questo bagaglio di conoscenze, farle mie , in una parola comprenderle fa parte della mia concezione di sacralità. In precedenti articoli ho parlato di Offerte, di Landvættir, di ritualità ma tutto ciò è connesso ai ritmi della nostra Terra, il Midgard, e più precisamente al territorio in cui viviamo. Mi viene spontaneo, ora, sottolineare la differenza tra un Culto come quello Ásatrú e le religioni monoteiste, il nostro è un Culto del Conoscere e dell’Agire non del credere, so che tale affermazione può sembrare fuori luogo nel contesto di questo scritto ma non lo è. Il tema principale qui è la Memoria e la perdita di essa, a tal proposito cito la stanza numero 20 del poema eddico Grímnismál :
«Huginn ok Muninn
fliúga hverian dag
iörmungrund yfir;
óumk ek of Hugin
at hann aptr ne komit,
þó siámk meirr um Munin.»
«Huginn e Muninn
volano ogni giorno
alti intorno alla terra;
io ho timore per Huginn
che non faccia ritorno,
ma ancora di più temo per Muninn.»
Nel Mito Huginn rappresenta il Pensiero e Muninn la Memoria, ho citato questo passo per sottilineare l’importanza della seconda, e ovviamente il valore che aveva per le popolazioni arcaiche, infatti all’epoca raramente si scriveva e le conoscenze venivano tramandate da generazione a generazione, esattamente come certe conoscenze pratiche dei nostri antenati più recenti. Il rapporto tra Memoria e Conoscenza è palese e indissolubile ed emerge in vari aneddoti del Mito , ad esempio basta nominare il Sacrificio dell’occhio di Odhinn presso la fonte della Conoscenza custodita dal gigante Mimir, di fatti il nome Mimir significa “il memore”, in parole povere da ciò si evince che colui che è guardiano di Conoscenza è anche il possessore della Memoria. Quindi sono convinto che non dovremmo perdere gli antichi mestieri e tutte quelle conoscenze che di fatto fanno parte del nostro bagaglio culturale, la perdita del ricordo e della pratica di esse costituisce, per me, di fatto una perdita di conoscenza ed un impoverimento, oltre ad un disallineamento con i cicli naturali del nostro pianeta.
Sweyn
